Tra i Caruggi e il porto

La superba è una città di stridenti contrasti, è un intreccio di tanti fili di diversi colori che insieme tessono la tela delle sue culture e delle sua peculiarità, come i tanti vicoletti in ombra che s’incrociano serpeggiando fra rozze pietre, per poi infine sfociare nel mare. Non appena ci si addentra nel meandrico centro storico ci si lascia cogliere dal suo fascino senza tempo, le alte mura ingoiano il visitatore nel caleidoscopio dei suoi angusti spazi. Dentro il dedalo si può osservare di tutto, il mondo stesso e la fragile umanità sono dipinti dentro i suoi budelli. Alzando lo sguardo di tanto in tanto è possibile notare nella penombra la sagoma di una madonnina lacrimante dentro una nicchia, il marmo è solcato dalla benedizione delle strade. Le madonnine sono le guardiane indiscusse di questo micro-mausoleo a cielo aperto.

Non appena si svolta un angolo ci si teletrasporta in una nuova realtà, si viene inghiottiti dalle risate provenienti da qualche palazzetto circostante, sull’uscio dei portoni e dei negozietti etnici persone da paesi a noi sconosciuti parlano in una lingua che non ci è familiare. E’ possibile trovarsi in Nigeria, Ecuador, India, Cina o in un altro lembo del pianeta di cui non conosciamo il nome. Ci sentiamo stranieri in patria e ci domandiamo se veramente abbiamo sbagliato paese girando l’angolo. Sarà uno degli incanti esotici della città?

Se si prosegue il viaggio per il centro storico è certo imbattersi in un universo degradato. Le strade nei vicoli emanano un brutto odore e le vie sono ammantate di sporcizia. I rifiuti si trovano sparpagliati per terra e gli odori acri evaporano al sole. Non è possibile credere che sia vero, si è forse nel medioevo nuovamente? Solo ad un tempo così remoto si poteva respirare un’aria così insalubre. Si prosegue allora per la via e si decide di prendere un altro cammino che sbucherà fuori in un’altra realtà.

caruggi
Caruggi

 

Questa volta sarebbe meglio dimenticare di essere passati tra la sozzura e il sudiciume del selciato. Ciò che si ha di fronte adesso è un sovrastante palazzo di grande superbia. Com’è possibile che nascosto tra quelle viuzze si nascondesse un tesoro? Gli occhi non ne vogliono sapere di credere a ciò che stanno vedendo. Palazzi e vie di lusso proprio a due palmi da quella fatiscenza? Tinte cromatiche di una Genova nobile e sgargiante, un secolo d’oro e di fanfare nel bailamme della nobiltà. Uno sfarzo ormai assopito o che ancora oggi si nasconde tra i segreti delle ville.

I gabbiani si stagliano evanescenti sulle venature del cielo segnate dagli interstizi dei tetti che si elevano aldilà delle nuche dei passanti. Le campane iniziano a suonare sempre gli stessi rintocchi che per secoli hanno scandito l’orario dei genovesi dell’epoca, ma che adesso non servono più di tanto. Il suono di sottofondo delle campane conduce l’andare ignoto ad una deriva, si giunge finalmente al porto.

Il porto è il nostro capolino, una distesa d’acqua riflette le ombre dei profili degli edifici lontani. Ci mettiamo nei panni di un Colombo moderno e nel molo contempliamo le navi ammainate. Dove partiranno le navi? Chi partirà e perché? Quali storie nascondono le acque dei porti? Cosa c’è aldilà del mare?

Qui giunge al termine la passeggiata che dai caruggi (i vicoli) ci ha portati al porto. Il sole iridescente sorride ancora per poco, i raggi spariscono tra le vele invisibili dell’aria. La sera si sveglia per sognare ancora.

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8 commenti

  1. Bel lavoro Daniele, un articolo molto interessante. Hai scelto le parole più evocative per accompagnare anche i lettori più lontani, come me, all’interno di questi vicoli. Aspetto il prossimo viaggio-sogno. 😉

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